Pratica filosofica

L’ARCHITETTURA E IL SENSO DELL’ABITARE

Scritto da Dario Urzi il 30 ott, 2013, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica

Prima di ogni altro luogo l’uomo abita il mondo. Ma il modo in cui l’uomo abita il mondo è ben diverso da quello in cui lo abitano gli animali.

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L’azione dell’uomo nel mondo conserva ben poco dell’azione “istintiva” che guida invece il comportamento animale. L’azione dell’uomo è soprattutto azione pensata, un movimento che diviene gesto e che esprime in modo chiaro, compiuto ed inequivocabile quell’intenzionalitá in cui Husserl individuava la caratteristica fondamentale della coscienza umana.

Ma rispetto all’animale l’uomo presenta delle evidenti carenze biologiche: non è veloce come la gazzella o il ghepardo, non è agile come la scimmia o lo scoiattolo, non è forte come il gorilla o il leone, non sa volare come gli uccelli o nuotare come i pesci, non può resistere neppure per poche ore al freddo dell’inverno senza un rifugio per ripararsi, delle calzature per proteggere i piedi dal gelo e dalle insidie del terreno mentre cammina, un mantello con cui coprire il corpo ed avvolgerlo durante la notte…

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IL BELLO SECONDO GOETHE

Scritto da Dario Urzi il 29 lug, 2012, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica

Scrive Goethe:

“Il bello è una manifestazione di leggi naturali nascoste che ci sarebbero rimaste eternamente nascoste senza quella loro apparizione”.

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe

Nelle cose, nel loro apparire materiale, noi facciamo esperienza della loro manifestazione fisica ma non della loro essenza.

Solo grazie alla nostra capacità immaginativa (ovvero creatrice di immagini) e all’intuizione possiamo superare i limiti angusti del realismo esistenziale e giungere a cogliere l’essenza delle cose, che è molto di più del loro “apparire materiale”.

Ancora una volta ci giungono in aiuto le parole di Massimo Scaligero, a cui devo anche la scoperta dello straordinario pensiero di Goethe a cui è dedicata questa mia riflessione:

“La trascendenza visibile è il senso ultimo del pensiero umano, che infine conosca il proprio essere come essere del mondo, o come realtà simultaneamente esteriore ed interiore, vivente del suo nascere puro in cui tutto, anche sviluppandosi, è di continuo in germe: come nel grembo della Vergine”.

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RUDOLF STEINER E LA SUA “PREGHIERA PER L’ARCANGELO MICHELE”

Scritto da Dario Urzi il 01 giu, 2012, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica

Scritta da Rudolf Steiner nel 1910 questa preghiera sintetizza mirabilmente l’essenza della “Missione di Michele”, l’Arcangelo dalla spada roteante e fiammeggiante, Michael: “colui che è come Dio”.

Arcangelo Michele

MICHAEL !

PRESTAMI LA TUA SPADA, AFFINCHE’ IO SIA ARMATO PER VINCERE IL DRAGO IN ME.

EMPIMI DELLA TUA FORZA, AFFINCHE’ IO SGOMINI GLI SPIRITI CHE VOGLIONO PARALIZZARMI.

AGISCI DUNQUE IN ME, AFFINCHE’ RISPLENDA LA LUCE DEL MIO IO E POSSA ESSERE CONDOTTO A COMPIERE LE AZIONI DEGNE DI TE.

MICHAEL !

Rudolf Steiner

La leggerezza è la qualità dell’anima, di quell’anima immortale che, quando lascia il corpo fisico alla fine del suo viaggio terreno, nulla di materiale può portare con sè se non l’esperienza…

…quell’esperienza il cui incommensurabile valore, che non è altro se non quello della conoscenza e della consapevolezza, ci è così difficile riconoscere dall’alto pulpito dell’ignoranza del nostro ego, sempre pronto a giudicare e a sentenziare, chiuso e resistente alla meraviglia, alla visione estatica di ciò che è…

La leggerezza è la qualità dell’anima, lo sa bene l’Arcangelo Michele, il Cherubino dalla spada roteante e fiammeggiante che, all’ingresso della Porta del Sole, pesa le anime alla fine della loro esistenza terrena con la sua bilancia a doppio piatto, dove da un lato posa l’anima e dall’altro… una piuma…

…perché solo le anime che risulteranno più leggere di quella piuma mostreranno la loro indubitabile purezza mentre le altre mostreranno di avere, molto semplicemente, ancora qualcosa da compiere… le azioni degne di Te…

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MASSIMO SCALIGERO E LA SUA “MEDITAZIONE SULLA PAURA”

Scritto da Dario Urzi il 24 mag, 2012, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica

La meditazione sulla paura di Massimo Scaligero è un inno spirituale di straordinaria potenza, capace di accendere in noi una nuova consapevolezza, un lampo di Luce Divina nel buio delle tenebre.

Massimo ScaligeroMassimo Scaligero

Qui di seguito potete leggere il testo originale.

LA PAURA DEVE ESSERE VINTA, ELIMINATA RADICALMENTE: ESSA E’ IRREALTA’, INSIDIA ARIMANICA. DERIVA SEMPRE DALLA INCAPACITA’ DI OFFRIRE COME SACRIFICIO ALLA SAKTI UNA PROVA,  UNA RINUNCIA.

TUTTO OFFRIRE ALLA DIVINA POTENZA E LA PAURA E’ ELIMINATA.

NULLA SI PUO’ TEMERE SE LA MADRE ASSISTE E DIRIGE L’AZIONE.

LIBERARSI DUNQUE DA QUESTA IMPURITA’ ARIMANICA.

RITROVARE AL DI LA’ DA ESSA UNA MAGGIORE FORZA, UN EROISMO SORRIDENTE, UNA PACE CHE NULLA PUO’ TURBARE: ELEVARSI, STACCARSI, LASCIARE IL PIANO DELLE BASSE EMOTIVITA’.

SENTIRE LA PUREZZA DELL’ALTA SERENITA’, DELL’AMORE PERFETTO CHE SCACCIA OGNI PAURA. SENTIRSI EROE SORRIDENTE: NULLA TEMERE; OGNI PAURA E’ IRREALTA’ CHE VUOLE FARSI CREDERE REALTA’.

SOTTRARSI, STACCARSI, DETERGERSI, ELEVARSI, VINCERE.

GIOIRE NELLA PERFETTA PACE.

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ORIZZONTALITA’ E VERTICALITA’

Scritto da Dario Urzi il 31 mar, 2011, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica, Scuola del Benessere

L’orizzonte appare, dinanzi al nostro sguardo, come una linea lontana e sottile.

Dopo il punto su di uno sfondo della Gestalt la linea dell’orizzonte è la più semplice dimensione dello spazio, quella della pura orizzontalità.

Ma si tratta di una visione parziale che non abbraccia in modo sufficientemente ampio il panorama (da “pan”, tutto, e da “orao”, vedere), la visione del tutto.

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E’ solo nella verticalità che l’orizzonte svela il suo senso e la sua essenza.

L’orizzonte, nella visione panoramica della verticalità, acquista un’altra dimensione, una dimensione animica in cui ci appare come quella linea che separa ciò che sta sotto, la terra, da ciò che sta sopra, il cielo.

Ma esiste una dimensione ancor più ampia della verticalità, quella dello spirito (”pneuma”) che, come diceva Platone, si spinge più ben “in alto” di quella dell’anima (”psyche”).

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Dalla nebbia di Turner alla consapevolezza

Scritto da Dario Urzi il 14 gen, 2011, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica, Scuola del Benessere

William Turner era un pittore inglese della prima metà dell’ottocento, grande paesaggista divenuto famoso per la sua straordinaria capacità di ritrarre la natura nelle sue più intense e suggestive manifestazioni. Veniva chiamato “il pittore della luce” ed i suoi quadri più famosi sono quelli del mare in tempesta e delle bufere di neve, dei tramonti e dello splendore dei cieli, del fuoco e dei giochi di luce riflessi dall’acqua. Ma Turner era anche il pittore della pioggia e della nebbia.

Si diceva che prima che Turner dipingesse la nebbia sul Tamigi, nessuno aveva mai visto la nebbia.

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Non è che la nebbia, prima di Turner, non esistesse. Certo che esisteva. Ma nessuno la vedeva. Tutti si limitavano a dire che non si vedeva nulla, quando c’era la nebbia, ma nessuno diceva che vedeva la nebbia.

Con Turner la nebbia diviene finalmente visibile, diventa parte naturale del paesaggio, come in realtà era sempre stata, una cosa tra le cose, o se preferite una cosa tra noi e le cose.

La nebbia non è ciò che non ci fa vedere le cose, la nebbia è la nebbia. E’ come se dicessimo che un muro è una cosa che non ci fa vedere le cose. Un muro è un muro, come la nebbia è la nebbia. E per sapere che cosa sia effettivamente dobbiamo guardarla con questa consapevolezza, la nebbia.

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Quell’oscuro oggetto del desiderio

Scritto da Dario Urzi il 24 feb, 2010, su Pratica filosofica, Scuola del Benessere

Il desiderio, il nostro autentico desiderare, è un immenso spazio di silenzio e di quiete, con un proprio cuore e una propria anima, mentre ciò che affolla la nostra mente rendendoci così spesso inquieti, insaziabili e rabbiosi è solo l’affollarsi ed il pullulare delle nostre piccole e grandi voglie quotidiane.

Ognuno di noi sa bene che tutte le volte che realizziamo un desiderio la nostra gioia e la nostra soddisfazione presto svaniscono. Nasce subito un altro desiderio, e poi un altro ed un altro ancora. E più abbiamo più vogliamo avere, perché non c’è mai né felicità né nulla che ci possa bastare, nella ricerca di noi stessi al di fuori di noi.

dsc_1381-copia Il desiderio, nella sua forma originaria, corrisponde essenzialmente a ciò che l’etimologia della parola così chiaramente ci indica: sentire la mancanza delle stelle (ove il “dé” privativo indica “sentire la mancanza di” e “sidera” indica invece le costellazioni e le stelle).

Ma se desiderare significa sentire la mancanza delle stelle, e le stelle, si sa, non si possono né toccare, né raggiungere, né tantomeno possedere, qual è allora il senso dell’umano desiderare? (continua la lettura…)

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Il vuoto e l’onnipotenza del possibile

Scritto da admin il 19 dic, 2009, su Medicina della Consapevolezza, Pratica filosofica

cornice delle possibilità

Desidero riproporre questo post, scritto da Samantha nel luglio di quest’anno dopo che io e lei avevamo a lungo parlato ed esplorato il “vuoto” dentro e fuori di noi, con alcune piccole integrazioni che, a sei mesi di distanza, mi sento di introdurre mantenendo inalterata la sua struttura e l’intenzione che lo anima. (Dario Urzi). 

 

Sulla mia scrivania tengo una cornice con un biglietto fatto con il cartoncino. E’ piegato in tre parti e si apre e si chiude come una finestra. Quando le due ali laterali sono chiuse si legge la parola ”vuoto”. Quando sono aperte si legge invece: ”Qui tutto è possibile”.

Il concetto di vuoto è un concetto di non facile e immediata comprensione. Nella tradizione filosofica occidentale il vuoto è pensato, con Parmenide, come il non-essere, come il nulla assoluto. Nel  buddhismo e nel taoismo il “wu”, ovvero il vuoto, indica invece un’assenza determinata, un vuoto determinato, in altre parole “ciò che, in qualche cosa, non c’è”. Sul piano della neurofisiologia della percezione il vuoto è un problema irrisolto, qualcosa che non si riesce a spiegare dato che non si da ragione del fatto che si possa “sentire” qualcosa che non c’è, il non- esserci di qualche cosa. 

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Non serve rompere le scatole, basta aprirle

Scritto da Dario Urzi il 11 ott, 2009, su Pratica filosofica

Diceva Aristotele che solo le cose possiedono un’essenza mentre le parole possiedono solamente un significato.
Le parole non sono le cose ma i nomi delle cose. In questo senso possiamo dire che le parole servono per nominare le cose. Nominare una cosa non equivale ad indicarla: per nominare una cosa bisogna darle un nome, che la cosa di per se stessa non possiede, mentre per indicare una cosa basta, per l’appunto, indicarla, come ci capita di fare quando puntiamo il dito indice della nostra mano.

C'è una grande differenza tra il nominare una cosa ed indicare una cosa

C'è una grande differenza tra il nominare una cosa ed indicare una cosa

Una volta stabilita una corrispondenza tra un nome e una cosa, il fatto di nominare una cosa ci mostra la parola in tutto il suo potere di significazione, un potere estremamente utile che ci consente di richiamare una cosa alla nostra presenza anche in sua assenza. Ciò non è possibile invece fare quando indichiamo una cosa, perché per indicare una cosa quella cosa deve essere effettivamente “presente” e in un certo qual modo “visibile”, altrimenti il dito indice della nostra mano non troverebbe nulla da indicare.

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