Fare la pace con noi stessi

Scritto da admin il 21 set., 2009, su Medicina della Consapevolezza

il-vuotoFrustrati, stremati, pressati, ma desiderosi di serenità. Uno stato d’animo che a volte ci pare irraggiungibile, o difficile da realizzare. A meno che non iniziamo a liberarci dai pregiudizi che spesso condizionano la nostra vita.

L’agitazione è uno stato d’animo che tutti abbiamo imparato a conoscere. Basta un progetto che non va a buon fine, ma anche una banale lite col vicino, un cambiamento imposto dalle circostanze, persino un avvenimento felice come cambiare casa, innamorarsi, organizzare una vacanza.

Qualsiasi evento può provocare tempeste emozionali e di solito, ne cerchiamo la causa fuori, mentre la ragione è soprattutto nella relazione che abbiamo con noi stessi. 

La paura del tempo vuoto
Viviamo di produttività e performance. Bisogna riempire il tempo. Quello non impiegato, vuoto è considerato in genere un occasione mancata. Questa pressione sociale, che trasforma il tempo in un animale da addomesticare, prende spesso l’aspetto del perfezionismo, del “sempre di più e sempre meglio”. 

E’ importante regalarsi momenti di silenzio in cui ascoltare solo se stessi.

Bisogna distinguere meglio i propri punti di forza e quelli di debolezza e fissare obiettivi realistici, capaci di generare più soddisfazione che frustrazione. Senza guardarci dentro, possiamo essere sicuri che le ambizioni o i sogni che proviamo sono veramente nostri?

Possiamo trovare la serenità ignorando o negando l’esistenza delle correnti contrarie che ci attraversano?

Ci auguriamo la pace nel cuore e la passione travolgente, vogliamo essere riconosciuti dagli altri, ma senza rendere conto a nessuno, ci piace il carpe diem ma non smettiamo di vivere nel futuro. Il paradosso è dentro di noi. Prenderne coscienza fa diminuire i problemi. La pace non è sinonimo di conforto, né di calma piatta, ma per raggiungerla dobbiamo sconfiggere l’ipercontrollo, cioè uno stato che richiede energia, ma non la produce. Cerchiamo di dominare noi stessi, gli altri e infine la vita. Per rompere il circolo vizioso della paura e dell’autosvalutazione, dobbiamo riconnetterci con la nostra parte profonda e accettarci per quello che siamo.

Non c’è luce senza ombra
Secondo Carl Jung, l’interpretazione del nostro lato oscuro ci aiuta a conoscere meglio noi stessi.

Aggressività cronica, rimproveri rivolti sempre alle stesse persone, giudizi perentori, potrebbero essere espressioni della nostra zona d’ombra. Per Jung, l’ombra, alla quale ha dedicato un saggio nel 1946, è importante quanto la luce. Rappresenta una parte della personalità che non riconosciamo e proiettiamo sugli altri. Per esempio, la propensione a giudicare può essere la parte d’ombra (rifiutata) di chi è sempre pronto ad accusare gli altri di giudicarlo. L’ombra comprende tutti gli aspetti che la personalità cosciente percepisce come negativi, anche quando non si tratta di difetti veri e propri. Più l’ombra di sé è identificata e accettata, più ci si sente a posto con se stessi e gli altri.

Dall’ansia del fare al silenzio
Dietro l’iperattività sì nasconde spesso il timore di non farcela, sostiene Rossella Panigatti. Ecco allora che il consumismo risponde alla paura del vuoto. Cerchiamo di aumentare le nostre gratificazioni: ricchezza, piacere e sensualità sembrano a portata di mano, talvolta persino in saldo, eppure non è questa la vera qualità della vita.

Cercare fuori la pace che non troviamo dentro, serve soprattutto a evitare il confronto con noi stessi.

Nel suo libro “Tutta un’altra vita” Lucia Giovannini sostiene che se vogliamo fare onestamente il punto della situazione, il primo passo è smettere di ricercare il piacere in maniera compulsiva. Dobbiamo creare momenti in cui restare in silenzio, essere disposti a fare i conti con ciò che emerge e accettarlo. All’inizio serve un po’ di coraggio, ma poi arriva la ricompensa: un attimo di estrema chiarezza, in cui la concentrazione è totale, su una sola cosa, ci si sente spinti da un flusso e si sa esattamente che cosa fare. a un certo punto non si avverte più lo sforzo, la fatica di andare avanti perché siamo immersi nella vita. E’ questo il senso più vero e profondo dell’essere in pace con se stessi.

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2 commenti:
  1. chiara

    Agitata,pressata, stremata, frustrata, in poche parole disperata e poi…depressa. Questa ero io fino a qualche anno fa. Quando arriva la depressione se ne va la voglia di vivere e avanza sempre più forte la voglia di morire, di chiudere gli occhi per non riaprirli mai più. Poi, una mattina, osservavo miei figli prepararsi alla meglio per andare a scuola. Erano ancora relativamente piccoli, ma si dovevano arrangiare, perchè io non avevo nè forza nè voglia di alzarmi per essere loro di supporto. Li vivevo come dei nemici o meglio, come parassiti che mi stavano succhiando la vita…Una mattina ho intravisto i miei occhi allo specchio (in genere preferivo non guardarmi), loro erano vivi,disperati ma vivi, con tanta voglia di farcela.Così, guardandomi negli occhi, ho pronunciato quella che poi ho saputo essere una fra se magica:”Voglio guarire!” Ho lasciato andare molto ipercontrollo, quindi la paura e ho spalancato le porte alla fiducia: nei miei figli, nelle benevole energie dell’universo, in me stessa…Lungo il mio cammino ho frequentato, tra gli altri, anche R.Panigatti. Da poco ho avuto modo di scoprire anche D. Urzi e poi questo blog.Grazie per i messaggi che trasmettete; mi piace sempre di più constatare come, pur partendo da situazioni di vita apparentemente molto diverse e distanti, ci troviamo in tanti a percorrere lo stesso sentiero di scoperta…proprio come una bella comitiva in gita.Grazie ancora per il vostro percorso
    Chiara

  2. Dario Urzi

    Grazie Chiara. E’ bello scoprire che non solo non siamo soli ma che stiamo camminando insieme, lungo lo stesso sentiero.
    Grazie ancora, dal profondo del cuore, Dario Urzi.

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