SULLA CONTEMPLAZIONE E SUL DESIDERIO

Scritto da Dario Urzi il 15 feb., 2011, su Medicina della Consapevolezza, Scuola del Benessere

E’ ben noto il famoso aneddoto che narra di quando sant’Agostino, mentre camminava lungo una spiaggia come sempre assorto nei suoi profondi pensieri, incontrò un bambino che con una ciotola riversava l’acqua del mare dentro una piccola buca che aveva scavato nella sabbia.

Alla domanda del Santo che gli chiedeva che cosa stesse facendo il bambino rispose che voleva riversare tutta l’acqua del mare dentro quella piccola buca. Sant’Agostino disse allora al bambino che quella piccola buca non poteva di certo contenere tutta l’acqua del mare. Il bambino gli rispose che se così era allora anche lui non avrebbe mi potuto comprendere i grandi misteri del creato perché la sua mente altro non era che una piccola buca di fronte all’immensità del mare.

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Come siano andate effettivamente le cose a nessuno è dato di saperlo. Si dice che quel bimbo fosse in realtà un angelo inviato da Dio al grande pensatore della Patristica per portargli questo importante messaggio. Certo è che Sant’Agostino non si curò molto di quelle parole perché, dopo quell’incontro, continuò indefessamente a meditare sui grandi misteri e sui grandi interrogativi che da sempre accompagnano l’uomo e la sua esistenza. Immagino che anche il bambino, dopo quell’incontro, continuò a giocare cercando di riversare tutta l’acqua del mare nella piccola buca scavata nella sabbia.

Evidentemente doveva esserci un segreto ben celato tra le parole di questa parabola tanto cara al grande Santo la cui apparente verità dovrebbe far desistere chiunque dalla vana impresa di continuare ad interrogarsi su ciò a cui è umanamente impossibile dare risposta.

Dobbiamo fermarci qui o e possibile andare oltre? Posso solo fare delle ipotesi, ma forse ne vale la pena.E’ certo che nessuno di noi potrà mai riuscire a riversare tutta l’acqua del mare in una piccola buca scavata nella sabbia, ovvero a comprendere (che letteralmente significa “prendere dentro di sé”) l’infinito mare della realtà di ciò che esiste. Lo aveva già detto molto chiaramente Socrate, il più sapiente di tutti i sapienti, che affermava che l’unica certezza del suo sapere era quella di “sapere di non sapere”.

Ma siamo sicuri che si tratti semplicemente di una questione quantitativa o piuttosto di una questione che riguarda la qualità del nostro sapere? Se così fosse le cose potrebbero cambiare e non di poco.

Per Eraclito il sapiente non è colui che conosce un gran numero di cose bensì colui che, sapendo ascoltare il Lògos e quindi avendo accesso alla verità, sa non solo dire cose giuste ma anche farle.

L’acqua del mare che possiamo raccogliere con la nostra piccola ciotola possiede in realtà tutte le proprietà, le caratteristiche e le informazioni dell’acqua di tutti i mari e di tutti gli oceani del mondo, che tra loro sono tutt’uno: la differenza è solo nella quantità ma non nella qualità dell’acqua che possiamo raccogliere. E come dice un proverbio arabo molto caro agli uomini del deserto, se tieni stretto un pugno di sabbia tra le tue mani ben chiuse non avrai che un pugno di sabbia di cui non potrai mai conoscere nulla, ma se tu tieni le mani aperte verso il cielo lasciando che ci sia, come nel fondo di un imbuto, una piccola apertura tra i tuoi palmi accostati, attraverso quelle stesse mani potrà scorrere tutta la sabbia del deserto, come l’aria dell’universo attraverso i tuoi polmoni e il tuo respiro.

Che cosa accade allora se apriamo il nostro cuore e rivolgiamo il nostro sguardo verso il cielo, verso un mare ancora più grande,verso lo spazio infinito dell’universo?

Lo spettacolo offerto dal risplendere delle stelle nella sconfinata volta celeste è dalla notte dei tempi ciò che più di ogni altra cosa ha affascinato e disorientato l’uomo nel corso della sua lunga esistenza, uno spettacolo che consente anche oggi a chiunque voglia assistervi di percepire l’esistenza dell’infinito, dell’infinito di fronte a noi, intorno a noi e dentro di noi. Ma non tutti gli uomini contemplano le stelle sebbene le stelle siano sempre lì, a nostra completa disposizione.

Non ricordo chi fosse, ma qualcuno faceva notare che, sebbene tutti gli uomini vivano nel fango, solo alcuni contemplano le stelle.

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La contemplazione delle stelle era una pratica assai diffusa tra gli antichi, e non serviva solamente allo scopo di orientarsi nel corso dei lunghi viaggi sia per terra che per mare. Gli antichi contemplavano le stelle anche per sapere qualcosa di molto più importante, qualcosa che trascendeva il mondo delle cose visibili, qualcosa che riguardava l’episteme, il sapere innegabile e indubitabile, letteralmente “ciò che si impone su tutto quanto ha la pretesa di negare ciò che sta, la realtà effettiva di ciò che è”.

Ma come mai i nostri antichi padri ricorrevano anche alla contemplazione delle stelle per raggiungere l’episteme, il sapere innegabile e indubitabile? Per avere una risposta basta risalire all’origine della parola “contemplare”, alla sua etimologia: la parola contemplare deriva dal latino “cum templum” ed indica “l’essere nel tempio”, ove con la parola “templum” si indicava non solo il tempio, l’edificio sacro consacrato al culto ove dimora la divinità su questa terra, ma anche uno spazio sacro ben delimitato dell’immensa volta celeste.

La contemplazione delle stelle e delle costellazioni è allora un’azione che offre la possibilità a ciascun uomo di scorgere e di riconoscere il proprio posto nell’immensa gerarchia cosmica per individuare il proprio tempio, il proprio spazio sacro ove condurre e dare senso alla propria vita ed al proprio agire.

Ciò che da sempre spinge l’uomo alla contemplazione è una forza straordinariamente intensa, la forza incontenibile del desiderio. E questo perché, per dirla con Benedetto Spinoza, “il desiderio è l’essenza dell’uomo”.

Sto parlando dell’anima autentica del nostro desiderare e non dell’affollarsi e del pullulare delle nostre grandi e piccole voglie quotidiane, mai sufficienti ad appagarci e a renderci stabilmente felici e liberi dalla sofferenza e dal turbamento perché non c’è mai nulla che ci possa bastare nella ricerca di noi stessi al di fuori di noi, al di fuori del tempio sacro della nostra interiorità, al di fuori del nostro centro.

Sto parlando del desiderio nella sua forma originaria, che corrisponde essenzialmente a ciò che l’etimologia della parola “desiderare” molto chiaramente ci indica: “il sentire la mancanza delle stelle” (ove il “de” significa “sentire la mancanza di” mentre “sidera” indica “le stelle”).

La contemplazione delle stelle è quindi figlia della forza originaria del desiderio perché è ciò che, permettendoci di sentirne la mancanza, ci spinge a volgere lo sguardo verso il cielo al fine di ritrovarle, di ritornare a vederle, di percepirne la presenza.

Ma se le stelle, come si sa, non si possono né toccare, né raggiungere, né tantomeno possedere, qual è allora il senso dell’umano desiderare e contemplare?

Attraverso la contemplazione, oltre a riconoscere e ad incontrare il nostro spazio nell’immensa gerarchia cosmica, possiamo trovare lo spazio del nostro tempio sacro, quello “compreso tra le nostre tempie”, lo spazio della nostra più profonda interiorità e del nostro autentico essere. E’ in questo spazio, nella più nascosta intimità del nostro tempio sacro, che dimora e si anima la nostra essenza, costituita dalla stessa materia e dalla stessa energia di cui è fatto l’universo intero.

E proprio quando, animati dal desiderio, contempliamo l’immensa volta celeste e scorgiamo finalmente la nostra stella, una stella tra quei tanti miliardi di stelle che, come si dice, sono tante quante le cellule del corpo umano, accade il miracolo.

Accade che in quello spazio ove tutto è interconnesso, ove tutto è uno, svanisce ogni paura ed ogni senso di solitudine, si dissolve ogni linea di confine tra noi e gli altri, tra l’interno e l’esterno, tra il nostro io e il tutto, e la nostra stella inizia a brillare sempre più intensamente e a farsi sempre più vicina risplendendo anche dentro di noi, nel centro del nostro tempio sacro, nello splendore della luce del nostro diamante interiore.

L’incontro con il nostro templum e la stella che in esso è custodita non è altro che l’incontro con la nostra essenza, con il “divino” che è in noi, con il nostro diamante interiore, una piccola ciotola d’acqua di mare dentro di noi, un piccolo granello di infinito dentro di noi.

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