PARLIAMO DEL LAVORO

Scritto da Dario Urzi il 30 giu., 2013, su Medicina della Consapevolezza

Desidero incominciare da qui, riportando letteralmente il capitolo sul lavoro del famoso libro di Kahlil Gibran “Il profeta”, pubblicato per la prima volta nel 1923.

Credo valga la pena di leggerlo o rileggerlo… tenendo in debito conto, nella vita di ogni giorno, di quanto queste sagge e preziose parole ci dicono.

PARLACI DEL LAVORO

Allora un contadino disse:” Parlaci del lavoro”.

E lui rispose dicendo:

“Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra. Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita, che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.

Quando lavorate siete un flauto attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica. Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta quando tutte le altre cantano all’unisono?

Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.

Ma io dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra, che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.

Vivendo delle vostre fatiche, voi amate in verità la vita.

E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.

Ma se nella vostra pena voi dite che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte, allora vi rispondo: tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Vi è anche stato detto che la vita è tenebra e che nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti.

E io vi dico che in verità la vita è tenebra fuorché quando è slancio.
E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere.
E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro.
E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore.

E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi, con gli altri e con Dio.

E che cos’è lavorare con amore?
E’ tessere un abito con i fili del cuore, come se dovesse indossarlo il vostro amato.

E’ costruire una casa con dedizione, come se dovesse abitarla il vostro amato.

E’ spargere teneramente i semi nella terra e mieterne il raccolto con gioia, come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.

E’ diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito.

E’ sapere che tutti i venerati morti stanno vigilando intorno a voi.

Spesso vi ho sentito dire, come se parlassimo nel sonno:

“Chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella pietra è più nobile di chi ara la terra. E chi afferra l’arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana, è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi”.

Ma io vi dico, non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno, che il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo filo d’erba. E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso ancora più dolce dal proprio amore.

Il lavoro è amore rivelato.

E se non riuscite a lavorare con amore, ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e, seduti sulla porta del tempio, accettare l’elemosina di chi lavora con gioia.

Poiché se cuocete il pane con indifferenza, voi cuocete un pane amaro che non potrà sfamare l’uomo del tutto.

E se spremete l’uva controvoglia, la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.

E anche se cantate come angeli, ma non amate il canto, renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte.

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