Cuore e Amore

Scritto da Dario Urzi il 26 lug., 2013, su Medicina della Consapevolezza

Se dovessi scrivere un saggio sull’amore inizierei parlando del cuore come organo di senso, sostenendo che il cuore è un organo di senso almeno per questi due motivi fondamentali.

Il primo motivo consiste nel fatto che il cuore ci consente di “sentire”, ma non allo stesso modo in cui i nostri occhi vedono o le nostre orecchie odono. In tutt’altro modo, per dirla con le parole che la volpe rivolge al Piccolo Principe: “Ecco il mio segreto. È molto semplice: l’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore”.

Il secondo motivo consiste invece nel fatto che il cuore ci permette di “dare un senso alle cose”, e prima di tutto a noi stessi e al nostro “essere qui”.

Quando rivolgiamo una domanda alla nostra mente razionale ci ritroviamo spesso o a non trovare alcuna risposta o a trovarne un certo numero, da due in su. Rimaniamo così in posizione di stallo, incerti sul da farsi.

Che cosa accade, invece, se invece di interrogare la nostra mente razionale, fredda e calcolatrice, rivolgiamo una domanda al nostro cuore?

Accade che il nostro cuore, sempre pronto e disponibile, ci fornisce istantaneamente una ed una sola risposta. E le caratteristiche di questa risposta sono: la semplicità, la chiarezza, l’universalità, l’integralità, l’indubitabilità… e la capacità di farci star bene, di farci sentire “noi stessi” e soprattutto, se la seguiamo e riusciamo a metterla in pratica, di renderci felici.

Ma la parola cuore rimanda immediatamente alla parola amore, ben sapendo che e tra cuore ed amore c’è molto più di un’assonanza o una somiglianza… oserei dire una sorta di identità.
Ricordo che Norman Brown ha fornito della parola amore una lettura etimologica suggestiva: “a-mors”, ovvero “toglimento di morte”, per dirla con Umberto Gallimberti, ma si potrebbe anche dire “ciò che toglie la paura della morte”.

Al tempo stesso la parola amore suggerisce un’altra lettura etimologica: “a-more”, ovvero “senza norme, senza regole, comandamenti”, senza alcun bisogno di chiedere consigli o consensi a qualcosa o a qualcuno.

Sto ovviamente parlando dell’amore nella sua forma più nobile, dell’agàpe, dell’amore puro, assoluto, disinteressato, dell’amore che nulla chiede in cambio, dell’amore che basta a se stesso, di ciò che abbassa il cielo e innalza la terra unendoli nel cuore dell’uomo.

Di che cosa sto parlando?

Scelgo una risposta che non è mia, ma che condivido integralmente, e che ci viene donata dalle parole di Rainer Maria Rilke nella sua memorabile lettera ad un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi per chiederne un giudizio:

“Voi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. Li spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno, e questo soprattutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrare in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessate se sareste disposto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice “debbo”, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità”.

Che meraviglia ! Quali parole potrebbero meglio rendere questa idea, ma forse sarebbe meglio dire questa sensazione, questo sentimento di profondissima e inscindibile unità tra voce del cuore, amore ed obbedienza ad un piano molto più grande di qualsiasi altro piano che noi da soli possiamo mai giungere a concepire?

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