Quell’oscuro oggetto del desiderio

Scritto da Dario Urzi il 24 feb., 2010, su Pratica filosofica, Scuola del Benessere

Il desiderio, il nostro autentico desiderare, è un immenso spazio di silenzio e di quiete, con un proprio cuore e una propria anima, mentre ciò che affolla la nostra mente rendendoci così spesso inquieti, insaziabili e rabbiosi è solo l’affollarsi ed il pullulare delle nostre piccole e grandi voglie quotidiane.

Ognuno di noi sa bene che tutte le volte che realizziamo un desiderio la nostra gioia e la nostra soddisfazione presto svaniscono. Nasce subito un altro desiderio, e poi un altro ed un altro ancora. E più abbiamo più vogliamo avere, perché non c’è mai né felicità né nulla che ci possa bastare, nella ricerca di noi stessi al di fuori di noi.

dsc_1381-copia Il desiderio, nella sua forma originaria, corrisponde essenzialmente a ciò che l’etimologia della parola così chiaramente ci indica: sentire la mancanza delle stelle (ove il “dé” privativo indica “sentire la mancanza di” e “sidera” indica invece le costellazioni e le stelle).

Ma se desiderare significa sentire la mancanza delle stelle, e le stelle, si sa, non si possono né toccare, né raggiungere, né tantomeno possedere, qual è allora il senso dell’umano desiderare?Il grande Aristotele affermava con indubitabile certezza che “è nella natura del desiderio di non poter essere soddisfatto e la maggior parte degli uomini vive solo per soddisfarlo”.

Non ricordo chi fosse, ma qualcuno saggiamente faceva notare che, sebbene tutti gli uomini vivano nel fango, solo alcuni contemplano le stelle. Ed il contemplare, pratica diffusa tra gli antichi ma in disuso nei nostri tempi, non corrisponde al semplice guardare od osservare.

Ma perché mai gli antichi non solo guardavano le stelle, fondamentale punto di riferimento geografico per orientarsi sia per mare che per terra, ma le contemplavano?

La parola contemplare deriva dal latino “cum templum”, che rimanda all’idea di essere nel tempio, d essere in uno spazio sacro. Ma con la parola “templum” non solo si indicava uno spazio recintato sacro, il tempio sacro del nostro spazio interiore, ma anche uno spazio dell’immensa volta celeste.

La contemplazione delle stelle e delle costellazioni consente di riconoscere il nostro posto nell’immensa gerarchia cosmica, individuando così lo spazio ove svolgere e dare senso alla nostra vita ed al nostro agire quotidiano. Ma al tempo stesso, grazie alla contemplazione, possiamo aprirci e rivolgere la nostra attenzione al nostro spazio interiore, a quello spazio originario del nostro essere ove accogliere, vedere ed incontrare tutto ciò che appare nel silenzio e nella quiete del tempio sacro della nostra interiorità.

Se davvero “il desiderio è l’essenza dell’uomo”, come diceva Benedetto Spinoza, non c’è nulla da desiderare al di fuori di noi perché non c’è in realtà proprio nulla da possedere, al di fuori di noi: tutto ciò che pensiamo di avere non è affatto nostro, come del resto non lo era prima del nostro arrivo su questa terra e come inesorabilmente non lo sarà quando da questa terra ce ne andremo.

Il segreto della felicità, diceva Oscar Wilde, non sta nell’avere ciò che si desidera ma nel desiderare ciò che si ha. Ma per far questo dobbiamo innanzitutto essere consapevoli di ciò che abbiamo, dell’essenza di ciò che davvero possediamo, e questo accade assai di rado.

Dobbiamo essere consapevoli che l’anima del nostro desiderio è la nostalgia per la nostra stella, per la nostra fonte, per la nostra origine, per il nostro centro. La nostra stella, lo spazio del nostro autentico essere, è il punto di riferimento fondamentale, il centro a cui sempre dobbiamo tendere pur sapendo che non potremo mai raggiungerlo.

Se davvero il desiderio è l’essenza dell’uomo, l’energia vitale che lo anima è sete di noi e la sua quieta e silenziosa dimora è solo nell’incontro con noi stessi.

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